Intervista tutta musicale di un giovanissimo Patrick Wolf – 2005

18 09 2009

Ahh, eccola qui alle sue spalle la sua amata Inghilterra :)

Ahh, eccola qui alle sue spalle la sua amata Inghilterra :)

Ti va di spendere due parole di presentazione per i lettori del nostro sito?
Il mio nome è Patrick Wolf e ho 21 anni, sta uscendo il mio secondo disco che si chiama “Wind in the wires” ed è una specie di canzone d’amore per l’Inghilterra e le stagioni e l’elettricità, direi.

Negli ultimi anni è emersa una nuova scena di, diciamo, band “soliste”. Pensiamo a te, certo, ma anche a band come Bright Eyes, Xiu Xiu, Panda Bear, Ariel Pink e molte altre. Basandoti sulla tua esperienza pensi che questo accada per ottenere una maggiore libertà compositiva, o per creare una sorta di tete a tete con l’ascoltatore o che altro? E, citando un’altra vecchia one man band: “How does it feel to be on your own?” (Patrick si mostra sorpreso).
Credo che le one man band siano in giro da anni, non mi sembra una cosa nuova, forse ce ne sono ora di nuove…

Si, ma sembra esserci una specie di esplosione di questo fenomeno.
Si? Non sono sicurissimo, non sono molto attento! (ride) Si, mi focalizzo su quello che faccio e cerco di farlo bene. “Come ci si sente a essere una one man band?” Io non mi vedo davvero così, mi vedo più come un musicista pop, più come Britney Spears o qualcosa di simile. Forse non proprio lo stesso (ride), ma sicuramente voglio lavorare con altre persone in futuro, e voglio ampliare i miei orizzonti lavorando con altre persone. Semplicemente i primi due dischi li ho fatti da solo.
(Si ferma un attimo a riflettere). Si, mi vedo più come un musicista pop.

La tua musica sembra piuttosto vicina alla new wave, gruppi come Cure o Smiths, o alla nuova ondata della new wave, come Bjork o Xiu Xiu. Allo stesso tempo prendi le distanze dal ritorno di questo suono, mostrando poca simpatia per la scena electroclash, e con la tua attitudine, che evita il tipico sentimento new wave del piangersi addosso o di crogiolarsi nella propria decadenza. Mostri anche un’appassionata devozione per le folk singer anni 70 come Joni Mitchell o Nico, nella tua meravigliosa cover di Afraid.
Quindi, in questo massiccio ritorno della new wave, come possiamo collocare Patrick Wolf? Al passo con lo spirito dei tempi o come una moderna emancipazione del cantautore anni 70?

Parlando di Joni Mitchell è sicuramente qualcuno a cui è meraviglioso essere paragonato. Lei ha fatto cose da sola, ha lavorato con gruppi, e un sacco di cose. Penso che non sia mai stata parte di nulla e può essere stata a Woodstock o essere stata parte dei Sixties ma faceva i suoi album e non era parte di nulla, una specie di eroina solitaria. Quindi preferisco posizionarmi in termini di… (tentenna) Non sono interessato in una new wave, non ho mai fatto musica per un movimento, non sono mai stato parte di un gruppo di nessun genere. Sono semplicemente un musicista e la musica di Patrick Wolf è semplicemente la musica di Patrick Wolf. (ride)

Non ti piace essere classificato.
Capisco che la gente classifichi la mia musica, ma non è il mio mestiere e fortunatamente posso evitarlo, continuando a progredire e a perfezionare ciò che ho fatto in precedenza. (sorride garbatamente)

Sempre parlando della tua attitudine, la cosa che più ci piace nelle tue canzoni è la tua fiera battaglia per sopravvivere. E’ ammirevole come questa tua interpretazione della figura di Peter Pan sia così lontana dalla consumata immagine slacker del ragazzo che non ha voglia di crescere, cara alla moderna scena post-rock. Percepisci questa tua attitudine come una sorta di diversità in questa scena?

Capisco la storia dell’essere un pesce fuor d’acqua, non vengo da nessun movimento. Forse è proprio la mia indole (ride).
Non è qualcosa che voglio celebrare, è qualcosa che semplicemente è così e forse questo si rispecchia nella musica, che nasce da questa mia indole.
Non lo so, questa è una domanda complicata.

Lycanthropy era una collezione di canzoni che potevano essere definite autobiografiche nel modo in cui la vita e il mito si mescolano per diventare una cosa sola. Era basato su molti anni di composizioni, trasfigurazioni, metafore, chiaroveggenze… Il prossimo album sarà lo stesso ma su una scala di tempo più breve o sarà dedicato solo alla realtà? E il tuo alter-ego lupesco avrà una parte nelle nuove canzoni?
Non c’è Wolf in questo disco, è una decisione precisa, non ci sono più metafore lupesche, appartengono all’album precedente. Ho fatto sentire il disco alla mia famiglia e hanno detto che le domande di Licanthropy trovano risposta in Wind in the wires. E’ un disco più a fuoco, di un solo colore, mentre Licanthropy è più schizofrenico.

C’è un tema centrale in “Wind In The Wires”?
Il tema di Wind In The Wires è il desiderio di essere liberi e cercare di capire cosa vuol dire. Ci sono molte canzoni pop che dicono “voglio essere libero” o “sarò libero”. E mi sono chiesto cosa voglia dire, da cosa ci vogliamo liberare. Da una relazione? O cosa comporterebbe essere completamente liberi? Ogni canzone è una specie di riflessione su questo tema. Qual è il costo della libertà? Ne vale la pena? Che succede quando lo sei davvero?

Nelle tue performance live sei solo, o talvolta con qualcuno al laptop, e mi pareva un po’ strano ascoltare questa enorme quantità di suoni e vedere una sola persona sul palco, alle volte che canta soltanto su queste vaste armonie. Pensi che i tuoi live migliorerebbero con una band?
Mi interessa molto. Mi piacerebbe. Ma costa, il budget è poco. Odio lamentarmi di questo. Cerco lo stesso di fare del mio meglio e di presentare qualcosa di diverso dal disco. Sarebbe bello ma impossibile suonare con un’orchestra. Spero nel giro di uno o due album di poter fare qualcosa di bellissimo, con ballerini e schermi cinematografici. Vorrei fare una cosa magica come può esserlo un disco ma penso che il modo migliore di fare le cose adesso sia di farle in modo semplice.

Che cosa fai quando non componi musica o non sei in giro per concerti?
Vivo con la mia ragazza Ingrid, facciamo passegiate, andiamo a ballare e a bere, facciamo fotografie, dipingiamo, decoriamo la casa… Viviamo.

E’ vero che non avevi mai ascoltato gli Smiths prima che la gente non notasse qualche somiglianza tra il tuo modo di cantare e quello di Morrissey?

Davvero, non è uno dei miei artisti preferiti, non lo conosco bene, non ho mai ascoltato le sue parole e non amo molto il suono degli Smiths e quindi non posso nemmeno commentare questa cosa… Non mi ha mai preso, non è certo uno dei miei artisti preferiti né un’influenza.

Articolo integrale su unmute.net





Intervista del 2005 a Onda Rock

17 09 2009

Patrick ai tempi di Wind in The Wires

Patrick ai tempi di Wind in The Wires

Patrick, “Licantrophy” fu uno dei casi del panorama indie, due stagioni fa. Ci sono segnali che mi dicono che questo sia il disco del grande salto. E’ stato un processo di maturazione per certi aspetti sorprendente, vista la tua giovane età. Cosa è accaduto in questi due anni?
Tutto ciò che so è che una volta realizzato “Lycanthropy”, il disco successivo sarebbe dovuto arrivare in fretta, così il lavoro è cominciato molto presto. Era una sorta di “istinto di sopravvivenza”, che mi spingeva a scrivere, a incidere e ad andare avanti. Quindi, durante quel periodo ho imparato molte lezioni. E’ l’album dei miei 18-21 anni, così è naturale che ci siano grandi riflessioni sul mondo. Se da 11 a 18 anni combatti contro il mondo, da 18 a 21 cerchi di trovare il tuo posto nel mondo…

“Wind In The Wires” è un disco straordinariamente compatto. In “Lycantrophy” sembrava che avessi sin troppe cose da dire, un’orgia di pulsioni molto differenti fra loro. Quest’album sembra frutto di una maggiore meditazione, l’attenzione è focalizzata più sulle canzoni che non sui contorni. E’ solo una mia impressione?
C’è sicuramente un’attenzione particolare su questo secondo disco che nel primo non c’era stata. In “Lycanthropy” non avevo molti scrupoli, non mi interessava quello che il mondo avrebbe pensato delle mie “verità” in tutta la loro volgarità. “Wind In The Wires” è ancora un lavoro impulsivo, ma, crescendo, penso di aver appreso qualcosa in termini di sottigliezza e di delicatezza.

Che ne pensi della scena mainstream? I Franz Ferdinand sono una band nata dall’indie che si è trovata in cima alle classifiche di vendita. Ti sentiresti a tuo agio, è una cosa che in qualche modo ti auguri, oppure preferisci la tua attuale dimensione più libera e svincolata dagli obblighi dello showbiz?
Il mio unico obiettivo è continuare a stare in un posto che è veramente mio, essere a mio agio nel comporre musica, non invidio né compatisco questo tipo di business.

In “Wind In The Wires” ci trovo un gusto fortemente dandy…Mi viene in mente, che so, Oscar Wilde, quando non il ricorrere di elementi classici e antichi, sia pur letti in un’ottica attuale… Il peso della storia della tua terra quanto ti influenza? O c’entrano in qualche modo le tue letture?
Odio la parola “dandy” e penso anche che Oscar Wilde fosse uno scadente scrittore. Una persona così presa da se stesso nel modo più mondano ed egoistico possibile… Il presente senza passato è un deserto arido, ma io mi sento attratto soprattutto dai suonatori di violino medievali così come dagli Atari Teenage Riot, non so perché e non mi interessa scoprirlo.

Ad ascoltare questo disco mi rimbalzava nella testa il nome di Marc Almond , ma anche quello di David Bowie dell’inizio degli anni Settanta, e pure Scott Walker , perché no! Sono paragoni che ti lusingano oppure ti infastidiscono? Li trovi almeno pertinenti?
Non conosco niente di loro, sul serio.

Khonnor in America, Maximilian Hecker in Germania, tu in Inghilterra. Il comune denominatore è quello di musicisti giovani (quando non giovanissimi: Khonnor ha 17 anni!) che fanno tutto da sé, o quasi. E’ più una scelta la tua o una necessità? Non credi che una band potrebbe aiutarti a stimolare la tua creatività, anche in studio?
Non ho mai scelto di lavorare da solo, i miei progetti per il futuro includono ballerini di tip tap, nuotatori sincronizzati, death metal, quintetti di clarinetti, cori di bambini e lavorare con il mio collaboratore preferito, Andrew John Brown, il mio batterista.

Tre dischi che ti hanno cambiato la vita….
“Blue” di Joni Mitchell, “Kontakte” di Karlheinz Stockhausen e “The Art Of The Theremin” di Clara Rockmore.

C’e’ una canzone di altri che avresti voluto scrivere tu?
No.

Patrick Wolf e le altre forme d’Arte. La nostra webzine, ad esempio, si occupa anche di cinema, lo segui oppure sei uno spettatore distratto? C’e’ un regista che ami particolarmente, e perché? Un film che ti sentiresti di consigliarci…
“The Man Who Cried” di Sally Potter, “La Belle et La Bete” di Jean Cocteau, “Street of Crocodiles” dei Brothers Quay e “Winning London” di Mary Kate e Ashley Olsen.

Hai già progetti in testa, oltre al tour che promuove il nuovo album?
Libri per bambini, raccolte di poesie, due nuovi album, bambini, il matrimonio e una casa in Cornovaglia…

Per l’articolo completo, clicca qui.