Zoo Magazine

5 10 2009

Intervista recente e alcune bellissime foto su questo magazine tedesco!

Potete trovare l’articolo scannerizzato ai seguenti links:

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Intervista di Loudvision 11 settembre 2009

18 09 2009

Si ringrazia Loudvision.it per questa interessante intervista pre-concerto dell’11 settembre, e Paolo per la gentilissima segnalazione :)

Ciao Patrick, che bello conoscerti!
Ciao come va? Dai spostiamoci sulle poltroncine, ho bisogno di sedermi più comodo.

Come stai?
Bene bene grazie.

Sai è la mia prima intervista sono un po’ nervosa…
Non ti preoccupare andrai benissimo.

Live al Magnolia dell11 settembre. Grazie a Steeh per la magnifica foto!

Live al Magnolia dell'11 settembre. Grazie a Steeh per la magnifica foto!

Sei qua per presentare il tuo ultimo album “The Bachelor”. Lo trovo molto emozionante, completo, vivo. È molto diverso dal precedente “The Magic Position”. Cosa ti ha portato a un tale cambiamento di direzione?
Be’ sai, quando faccio un album, esploro il concetto che voglio esprimere fino allo strenuo, fino alla sua morte. In un certo senso uccido l’album e tutta l’emozione al suo interno. Io semplicemente cerco di documentare la situazione in cui mi trovo in quel momento, che sia a livello sentimentale, emotivo o fisicamente nel mondo, ma poi la vita va avanti e si passa oltre.
E se fai un album veramente allegro e lo canti tutti i giorni, poi è ovvio che ti stuferai, per cui avevo bisogno di andare avanti e cambiare qualcosa. Ed è così che mi sentivo quando ho creato “The Bachelor”.

Un altro cambiamento è stato segnato dalla tua decisione di lasciare la vecchia etichetta, e fondare una tua etichetta indipendente …
Sì, la decisione è venuta in realtà a lavoro quasi ultimato. Loro non capivano cosa stessi cercando di fare, volevano che facessi un “Magic Position 2”. E a me non stava bene. Per cui è stata quasi una decisone obbligata, loro non mi rispettavano e io non rispettavo più loro. Era impossibile lavorare insieme.

Per finanziare l’album hai utilizzato il sito bandstocks, un sito che permette ai tuoi fan di dare un contributo e diventare azionisti dell’album. Credo che sia un modo rivoluzionario e incredibile di finanziare un album e che possa magari essere il futuro per la musica indipendente. Cosa ne pensi?
Be’ lo spero proprio. Io sono stato forse l’unica persona un po’ pazza a farlo effettivamente e vedere se funzionava. Molte altre persone sono terrorizzate dalla prospettiva di farlo. Terrorizzate di essere lasciate a se stesse. Io mi sono trovato molto bene, ho dovuto aver fiducia nei miei fan, e la cosa mi è piaciuta molto. Attualmente stiamo decidendo se finanziare il prossimo album “The Conquerer” nella stesso modo oppure no.

Ti è piaciuta la collaborazione che hai fatto con Tilda Swinton in alcune canzoni di “The Bachelor”?
Sì cavoli, tantissimo. Io le ho dato alcuni miei demo un giorno, dicendole che volevo duettare con lei in alcuni miei pezzi … E poi è stato tutto molto intuitivo, istintivo, abbiamo passato un sacco di ore nello studio, a parlare di Jarman, del suo lavoro, di come ha creato la sua immagine, e di come mi ha ispirato, ci sentivamo quasi come gemelli!

Ti occupi personalmente delle copertine dei tuoi album?
Ehm, sì, io propongo il tema, e poi con il fotografo ci lavoriamo insieme finché non raggiungiamo esattamente quello che voglio. Sono tutte copertine molto criptiche per cui magari in futuro ci sarà qualche scienziato o art-ologo che le metterà insieme e capirà qual è stata la mia storia originariamente, e la mia vita.

Pensi che la tua arte si possa estendere anche al cinema? Hai mai pensato di recitare in un film?
Ti direi, sì sì sì sì sì …. Ma che si realizzi o no, è tutta un’altra questione.

Ma io voglio capire veramente chi è Patrick Wolf! Qual è la tua giornata tipo?
(ride) Allora, mi sveglio alla mattina, beh sai, ho un ragazzo molto bossy, per cui si assicura che mi alzi, mi fa il caffè, è un po’ come se fosse il mio allenatore, e poi mi dice “ok andiamo al mercato a prendere le verdure”, e sai questa è la mia vita, fantastica, nel senso della vita in quanto Patrick, in quanto persona in coppia.
Quando sono da solo sono un disastro, mi alzo a mezzogiorno, rimango alzato tutta la notte a scrivere, scrivo scrivo scrivo finché non riesco più ad aprire gli occhi, tendo a non avere programmi, sono quel tipo di persona che se alle 4 di mattina non ha sonno, ok, salta in groppa alla sua bicicletta e gironzola a casaccio finché non collassa. Direi che la parola da usare in questo senso è spontaneità. Per esempio anche stasera, dopo il concerto, con il lago qua vicino, direi che la questione è se andrò o meno a fare il bagno nel lago. Beh dipenderà da come mi sentirò. Ma dall’altra parte sto diventando una persona un po’ più domestica, vivendo ora in una relazione di coppia, condivido la mia vita con qualcun altro. Ma poi ho quelle notti in cui sento di avere una storia da finire, un album da scrivere e devo recuperare la mia indipendenza. Credo che il mio rapporto con il mio lavoro sia molto importante per me, ed è lì che viene fuori invece il Patrick Wolf artista, che si sente libero, che sente di dover rimanere libero, che deve andare in bici alle 4 di mattina fino a crollare, che deve essere spontaneo.
Per cui ovviamente il vero Patrick Wolf è un compromesso tra la vita normale e la vita dello scrittore. Per cui se si tratta di prendere una bottiglia di vodka, e tirare fuori tutte le mie emozioni e non dormire per due giorni, be’ anche quello è importante. Devo sempre tenere quella parte di me, del mio essere. Perché è quello che rende la mia musica così spontanea.

Quindi le parole prima della musica quando scrivi?
Sì, le liriche sono importantissime. Sono loro che suggeriscono la melodia. Tendo a non produrre una melodia così dal nulla, in genere sono sempre liriche da sole o direttamente con la melodia. Per cui sì, per me sono importantissime.
Creando “The Bachelor”, ho realizzato che avevo 12 o 13 liriche, che costituivano una famiglia unica di piccole storie, tutte liriche che trattavano di pene d’amore, di solitudine.

Sì solitudine, è la parola giusta, anche se comunque con un fondo di speranza (“some revolution is needed, the battle will be won – hard times”)
Sì dai, c’è sempre speranza. Non sono un personaggio alla Morrissey, anche se lo ammiro molto, lui come altri tendono molto a celebrare la solitudine nella sua totalità, mentre io sono più per una solitudine con molta speranza. Quindi da questo punto di vista potrei essere più come Joni Mitchell, o qualcosa del genere, sono per una sorta di solitudine più romantica, mi piace la solitudine ma non la depressione…
Aahhh, ma cavolo mi sa che sta per diluviare tra poco…

(Nota di Morena: E in effetti poi ha diluviato :D Ma per fortuna ha smesso un’oretta prima del concerto)
Articolo completo qui.

P.S Mi diverte molto che in quasi tutte le interviste, i giornalisti si stupiscono dell’altezza di Patrizio :D
Dopo 4 anni vengono ancora fuori Joni Mitchell e Morrissey nelle interviste! Tuttavia qui i toni verso quest’ultimo sembrano meno infiammati di qualche anno fa…





Intervista a Pigmag (WITW): i trucchi del mestiere :D

18 09 2009

Live di The Libertine

Live di "The Libertine"

Hai studiato musica?
Si, per tutta la vita. Violino, viola, arpa, composizione classica.

Quanti strumenti suoni?
Suono strumenti di due diverse famiglie, a tastiera: piano, harpsicord, sintetizzatori; e strumenti a corda: ukulele, violino, viola. E poi la mia voce.

Il tuo preferito?
E’difficile, ma devo dire viola; un’amica di lunghissima data…

Ti piace la musica classica?
Certo, ma non la chiamo classica. Per me la musica è tutta musica.

Quante canzoni hai scritto?
Non lo so. Ne ho tantissime in testa che non hanno mai visto la luce; posso dirti tutte quelle che la gente ha sentito: circa 25.

Ma quante ne hai registrate?
Un centinaio.

Quanti anni avevi quando hai scritto la prima?
Avevo circa dieci anni … la feci sentire a mia sorella che mi disse che era terribile. Così non ho scritto più niente per circa un anno o due.

Qual era il nome della canzone?
“Wolf Song”.

Beh, una delle mie preferite… Qual è invece la tua canzone preferita di Patrick Wolf?
“Wind In The Wires”, è quella che preferisco cantare. Ne vado molto fiero.

E la tua preferita (preferite) di qualcun altro?
E’ una domanda molto difficile… Ora mi piace molto “Houdini” di Kate Bush, “Everytime” di Britney Spears e poi una canzone folk, non ricordo bene il titolo credo sia “Come To My Window”, che racconta la storia di un innamorato che si arrampica fino alla finestra dell’amata ma poi cade e muore. E’un brano di Shirley Collins, una cantante folk tradizionale inglese. Insomma tre ragazze…

Puoi dirmi il nome di qualche artista del presente o del passato che ti ha influenzato?
Ha avuto una grande influenza sul modo in cui canto Meredith Monk, ha una tecnica incredibile di estensione vocale. Lei un giorno ha deciso di smettere di cantare parole e ha iniziato a cantare “rumori”. Ha una vastissima ampiezza vocale, è rivoluzionaria ed incredibilmente emozionante. Prova a cercare “Dolmen Music” (1967- Depo) è bellissimo.

Qual è l’ultimo disco che hai comprato?
Un disco di John Tavener, un compositore: “The Protecting Veil”. La sua musica è terrificante, divina, molto mistica.

E il primo?
Credo fosse un disco di Charles Trenet, “La mer”. Ce l’avevamo a casa, è la prima canzone che ricordo.

Cosa volevi diventare quando eri piccolo?
Mi sembra volessi diventare un famoso violinista, o anche un inventore.

E da grande, cosa vuoi diventare?
Patrick Wolf.

La tua musica mi fa pensare a tempi lontani; in quale epoca ti sarebbe piaciuto vivere?
Devo dire che sono molto contento di vivere in questo periodo storico, non è che mi interessino particolarmente le epoche passate. Sono molto affascinato dall’età preistorica piuttosto che dai secoli che precedono il nostro.

Cosa pensano i tuoi genitori di quello che fai?
Sono molto orgogliosi; mio padre era un musicista jazz, mia madre è una pittrice e mia sorella canta. Credo che questa situazione non possa che aver influenzato il mio modo di essere e di esprimermi.

Sei una persona religiosa?
Penso di sì, ma non credo nelle istituzioni religiose. Ho delle convinzioni personali che cerco di esprimere attraverso la musica. Comunque credo che ci sia “qualcosa”…

Ti consideri un “libertino” (da “The Libertine” primo singolo estratto dal nuovo album)
La parola libertino indica qualcuno libero da certe implicazioni morali; io credo nella libertà ma credo anche di avere delle convinzioni morali; credo nell’essere buoni, nell’essere gentili; forse tutto ciò non si addice a un libertino. Diciamo che lo sono al cinquanta per cento…

Sei felice?
Certo.

C’è qualcuno che invidi?
No, non credo nell’invidia.

Sei soddisfatto della tua musica?
Si, molto soddisfatto.

Cosa pensi quando la gente parla di te come un genio?
Non lo so; è una cosa che mi fa sorridere.

Che cosa manca, se c’è qualcosa che manca, nella vita di Patrick Wolf?
Un buon budget per la mia musica.

I tuoi testi sono molto evocativi, sembra quasi di vederle le storie che racconti, gli splendidi paesaggi di cui parli; a volte mi immagino dei dipinti o dei piani sequenza cinematografici: ti piace il cinema e la pittura?
Ho cercato di disegnare, ma temo che non sia il mezzo più adatto per esprimermi; credo che il modo migliore sia quello di scrivere una poesia, una canzone o un pezzo per viola. Devo ammettere che quando scrivo riesco a immaginarmi visivamente quello di cui parlo, quindi non posso escludere in futuro di cimentarmi con il cinema o anche con i video; il problema è che adesso non ho un budget a disposizione per farlo.

Ho letto una lettera sul tuo sito a proposito del tuo album in rete prima dell’uscita; sono d’accordo con le tue motivazioni… Credi che il downloading a pagamento sia il futuro della musica?
Potrebbe esserlo, però a me piacerebbe ipotizzare un futuro in cui sia la musica dal vivo ad avere un ruolo centrale. Pensavo magari ad un’ipotetica situazione in cui un artista scrive un album ma non lo registra; come per i musical. Il lavoro viene portato in giro, come per il teatro: trasformare il tutto in un grande spettacolo. Se la musica registrata scomparisse e si arrivasse ad una situazione del genere non credo che mi dispiacerebbe, anzi.
Credo che scaricare musica sia una cosa molto limitata; soprattutto per artisti come me che si impegnano molto nell’artwork dell’album, nel packaging…
Sì, in effetti non rimane niente in mano: è tutto così impalpabile…
Penso che quelli che scaricano musica siano delle persone molto pigre, a cui interessa solamente ascoltare un brano o due. Il mondo è pieno di appassionati di musica, a cui piace andare a comprare dischi, possederli.
Mi sembra che le sonorità elettroniche siano meno presenti in questo secondo album, o perlomeno più amalgamate con il resto della musica; come mai? È stata una scelta voluta o è successo naturalmente?
Entrambe le cose che hai detto; avevo deciso di concentrarmi sull’aspetto acustico della mia musica. Il primo album era fortemente elettronico, forse troppo. Non mi piace essere classificato come un artista elettronico, o folk; cerco costantemente di evitare che il mio lavoro venga “rinchiuso” all’interno di una certa categoria o sia facilmente riconducibile a una determinata “etichetta”. Per me è stato molto importante, e soprattutto naturale, andare avanti, mantenendo comunque un legame con ciò che ho fatto in passato.
Possiamo dire che il mio primo album era costruito su una solida base elettronica che avevo arricchito e completato; questo invece è un disco acustico con un “contorno” elettronico.

Possiamo parlare di un album più “classico”?
Sì, credo di sì; nel tempo trascorso dal primo disco ho pensato al fatto che non c’erano molte persone che avevano la mia esperienza con la viola o con gli altri strumenti a corda; così ho voluto dimostrare a me stesso che ero in grado di usarli nel nuovo disco.

Ti occupi tu delle parti elettroniche dei tuoi dischi?
Sì, totalmente.

Cosa usi principalmente: software o hardware?
E’ una bella miscela; da quando avevo dodici anni ho iniziato a collezionare drum machine e oggetti di modernariato elettronico. Di solito non parlo del mio modo di lavorare con questi strumenti; un po’ come il mago ha i suoi segreti, non sono solito raccontare i miei trucchi. L’importante è il risultato finale; non il processo tramite cui ci si arriva. Posso dirti che per me è molto importante avere le mani su quello che faccio, manipolare. Mi piace far scaturire “fisicamente” la musica, tirare fuori le idee che ho nella testa; per quello preferisco il materiale hardware.

Quali sono gli artisti di musica elettronica che ti piacciono maggiormente?
Non ascolto molta musica elettronica; solitamente se ho in mente un suono che voglio sentire cerco di crearlo da me, senza basarmi su qualcosa che ho sentito. Trovo che molta della musica elettronica che c’è in giro sia inanimata, troppo scientifica.

Ho sentito parlare di una casetta in Cornovaglia dove ti sei ritirato per quest’album; è vero? Puoi dirmi com’è andata?
Era ottobre, mi sono preso un break e sono andato da quelle parti; ho trovato un bellissimo chalet in legno degli anni ‘50 o degli anni 30’. E’ stato come ritirarsi in un monastero, o qualcosa del genere; ho scritto molto e registrato anche tantissimi suoni. C’era un generatore elettrico che funzionava con le monete…
Sono stato lì per due settimane da solo, poi sono tornato in città; nel periodo estivo ho passato un altro po’ di tempo in quel posto insieme a Ingrid, la mia fidanzata. Lei ha fatto tutte le foto dell’album
Mi sembra di cogliere un rapporto di odio/amore nei confronti della città, o anche un forte contrasto tra natura e progresso…
Hai ragione, il conflitto città/campagna, felicità/tristezza è molto evidente nei miei primi due dischi. Quello che sto cercando di fare per il terzo disco è di allontanarmi da questo dualismo.

”Lycanthropy” il tuo primo album mi sembrava un album più “metropolitano”; in questo invece ci sono molti uccelli, c’è il mare, le onde, il vento; possiamo definire “Wind Is The Wire” un album sulla natura?

Quando ho cominciato a lavorare “Lycanthropy” sapevo che sarebbe stato un album “marino”; qualcosa che avrebbe avuto a che fare con la Cornovaglia, con la costa Occidentale. Ho cercato di evitarlo, perché sapevo che quel tipo di immaginario sarebbe emerso con il tempo.

Intervista e articolo completo qui. ;)





Intervista tutta musicale di un giovanissimo Patrick Wolf – 2005

18 09 2009

Ahh, eccola qui alle sue spalle la sua amata Inghilterra :)

Ahh, eccola qui alle sue spalle la sua amata Inghilterra :)

Ti va di spendere due parole di presentazione per i lettori del nostro sito?
Il mio nome è Patrick Wolf e ho 21 anni, sta uscendo il mio secondo disco che si chiama “Wind in the wires” ed è una specie di canzone d’amore per l’Inghilterra e le stagioni e l’elettricità, direi.

Negli ultimi anni è emersa una nuova scena di, diciamo, band “soliste”. Pensiamo a te, certo, ma anche a band come Bright Eyes, Xiu Xiu, Panda Bear, Ariel Pink e molte altre. Basandoti sulla tua esperienza pensi che questo accada per ottenere una maggiore libertà compositiva, o per creare una sorta di tete a tete con l’ascoltatore o che altro? E, citando un’altra vecchia one man band: “How does it feel to be on your own?” (Patrick si mostra sorpreso).
Credo che le one man band siano in giro da anni, non mi sembra una cosa nuova, forse ce ne sono ora di nuove…

Si, ma sembra esserci una specie di esplosione di questo fenomeno.
Si? Non sono sicurissimo, non sono molto attento! (ride) Si, mi focalizzo su quello che faccio e cerco di farlo bene. “Come ci si sente a essere una one man band?” Io non mi vedo davvero così, mi vedo più come un musicista pop, più come Britney Spears o qualcosa di simile. Forse non proprio lo stesso (ride), ma sicuramente voglio lavorare con altre persone in futuro, e voglio ampliare i miei orizzonti lavorando con altre persone. Semplicemente i primi due dischi li ho fatti da solo.
(Si ferma un attimo a riflettere). Si, mi vedo più come un musicista pop.

La tua musica sembra piuttosto vicina alla new wave, gruppi come Cure o Smiths, o alla nuova ondata della new wave, come Bjork o Xiu Xiu. Allo stesso tempo prendi le distanze dal ritorno di questo suono, mostrando poca simpatia per la scena electroclash, e con la tua attitudine, che evita il tipico sentimento new wave del piangersi addosso o di crogiolarsi nella propria decadenza. Mostri anche un’appassionata devozione per le folk singer anni 70 come Joni Mitchell o Nico, nella tua meravigliosa cover di Afraid.
Quindi, in questo massiccio ritorno della new wave, come possiamo collocare Patrick Wolf? Al passo con lo spirito dei tempi o come una moderna emancipazione del cantautore anni 70?

Parlando di Joni Mitchell è sicuramente qualcuno a cui è meraviglioso essere paragonato. Lei ha fatto cose da sola, ha lavorato con gruppi, e un sacco di cose. Penso che non sia mai stata parte di nulla e può essere stata a Woodstock o essere stata parte dei Sixties ma faceva i suoi album e non era parte di nulla, una specie di eroina solitaria. Quindi preferisco posizionarmi in termini di… (tentenna) Non sono interessato in una new wave, non ho mai fatto musica per un movimento, non sono mai stato parte di un gruppo di nessun genere. Sono semplicemente un musicista e la musica di Patrick Wolf è semplicemente la musica di Patrick Wolf. (ride)

Non ti piace essere classificato.
Capisco che la gente classifichi la mia musica, ma non è il mio mestiere e fortunatamente posso evitarlo, continuando a progredire e a perfezionare ciò che ho fatto in precedenza. (sorride garbatamente)

Sempre parlando della tua attitudine, la cosa che più ci piace nelle tue canzoni è la tua fiera battaglia per sopravvivere. E’ ammirevole come questa tua interpretazione della figura di Peter Pan sia così lontana dalla consumata immagine slacker del ragazzo che non ha voglia di crescere, cara alla moderna scena post-rock. Percepisci questa tua attitudine come una sorta di diversità in questa scena?

Capisco la storia dell’essere un pesce fuor d’acqua, non vengo da nessun movimento. Forse è proprio la mia indole (ride).
Non è qualcosa che voglio celebrare, è qualcosa che semplicemente è così e forse questo si rispecchia nella musica, che nasce da questa mia indole.
Non lo so, questa è una domanda complicata.

Lycanthropy era una collezione di canzoni che potevano essere definite autobiografiche nel modo in cui la vita e il mito si mescolano per diventare una cosa sola. Era basato su molti anni di composizioni, trasfigurazioni, metafore, chiaroveggenze… Il prossimo album sarà lo stesso ma su una scala di tempo più breve o sarà dedicato solo alla realtà? E il tuo alter-ego lupesco avrà una parte nelle nuove canzoni?
Non c’è Wolf in questo disco, è una decisione precisa, non ci sono più metafore lupesche, appartengono all’album precedente. Ho fatto sentire il disco alla mia famiglia e hanno detto che le domande di Licanthropy trovano risposta in Wind in the wires. E’ un disco più a fuoco, di un solo colore, mentre Licanthropy è più schizofrenico.

C’è un tema centrale in “Wind In The Wires”?
Il tema di Wind In The Wires è il desiderio di essere liberi e cercare di capire cosa vuol dire. Ci sono molte canzoni pop che dicono “voglio essere libero” o “sarò libero”. E mi sono chiesto cosa voglia dire, da cosa ci vogliamo liberare. Da una relazione? O cosa comporterebbe essere completamente liberi? Ogni canzone è una specie di riflessione su questo tema. Qual è il costo della libertà? Ne vale la pena? Che succede quando lo sei davvero?

Nelle tue performance live sei solo, o talvolta con qualcuno al laptop, e mi pareva un po’ strano ascoltare questa enorme quantità di suoni e vedere una sola persona sul palco, alle volte che canta soltanto su queste vaste armonie. Pensi che i tuoi live migliorerebbero con una band?
Mi interessa molto. Mi piacerebbe. Ma costa, il budget è poco. Odio lamentarmi di questo. Cerco lo stesso di fare del mio meglio e di presentare qualcosa di diverso dal disco. Sarebbe bello ma impossibile suonare con un’orchestra. Spero nel giro di uno o due album di poter fare qualcosa di bellissimo, con ballerini e schermi cinematografici. Vorrei fare una cosa magica come può esserlo un disco ma penso che il modo migliore di fare le cose adesso sia di farle in modo semplice.

Che cosa fai quando non componi musica o non sei in giro per concerti?
Vivo con la mia ragazza Ingrid, facciamo passegiate, andiamo a ballare e a bere, facciamo fotografie, dipingiamo, decoriamo la casa… Viviamo.

E’ vero che non avevi mai ascoltato gli Smiths prima che la gente non notasse qualche somiglianza tra il tuo modo di cantare e quello di Morrissey?

Davvero, non è uno dei miei artisti preferiti, non lo conosco bene, non ho mai ascoltato le sue parole e non amo molto il suono degli Smiths e quindi non posso nemmeno commentare questa cosa… Non mi ha mai preso, non è certo uno dei miei artisti preferiti né un’influenza.

Articolo integrale su unmute.net





Intervista del 2005 a Onda Rock

17 09 2009

Patrick ai tempi di Wind in The Wires

Patrick ai tempi di Wind in The Wires

Patrick, “Licantrophy” fu uno dei casi del panorama indie, due stagioni fa. Ci sono segnali che mi dicono che questo sia il disco del grande salto. E’ stato un processo di maturazione per certi aspetti sorprendente, vista la tua giovane età. Cosa è accaduto in questi due anni?
Tutto ciò che so è che una volta realizzato “Lycanthropy”, il disco successivo sarebbe dovuto arrivare in fretta, così il lavoro è cominciato molto presto. Era una sorta di “istinto di sopravvivenza”, che mi spingeva a scrivere, a incidere e ad andare avanti. Quindi, durante quel periodo ho imparato molte lezioni. E’ l’album dei miei 18-21 anni, così è naturale che ci siano grandi riflessioni sul mondo. Se da 11 a 18 anni combatti contro il mondo, da 18 a 21 cerchi di trovare il tuo posto nel mondo…

“Wind In The Wires” è un disco straordinariamente compatto. In “Lycantrophy” sembrava che avessi sin troppe cose da dire, un’orgia di pulsioni molto differenti fra loro. Quest’album sembra frutto di una maggiore meditazione, l’attenzione è focalizzata più sulle canzoni che non sui contorni. E’ solo una mia impressione?
C’è sicuramente un’attenzione particolare su questo secondo disco che nel primo non c’era stata. In “Lycanthropy” non avevo molti scrupoli, non mi interessava quello che il mondo avrebbe pensato delle mie “verità” in tutta la loro volgarità. “Wind In The Wires” è ancora un lavoro impulsivo, ma, crescendo, penso di aver appreso qualcosa in termini di sottigliezza e di delicatezza.

Che ne pensi della scena mainstream? I Franz Ferdinand sono una band nata dall’indie che si è trovata in cima alle classifiche di vendita. Ti sentiresti a tuo agio, è una cosa che in qualche modo ti auguri, oppure preferisci la tua attuale dimensione più libera e svincolata dagli obblighi dello showbiz?
Il mio unico obiettivo è continuare a stare in un posto che è veramente mio, essere a mio agio nel comporre musica, non invidio né compatisco questo tipo di business.

In “Wind In The Wires” ci trovo un gusto fortemente dandy…Mi viene in mente, che so, Oscar Wilde, quando non il ricorrere di elementi classici e antichi, sia pur letti in un’ottica attuale… Il peso della storia della tua terra quanto ti influenza? O c’entrano in qualche modo le tue letture?
Odio la parola “dandy” e penso anche che Oscar Wilde fosse uno scadente scrittore. Una persona così presa da se stesso nel modo più mondano ed egoistico possibile… Il presente senza passato è un deserto arido, ma io mi sento attratto soprattutto dai suonatori di violino medievali così come dagli Atari Teenage Riot, non so perché e non mi interessa scoprirlo.

Ad ascoltare questo disco mi rimbalzava nella testa il nome di Marc Almond , ma anche quello di David Bowie dell’inizio degli anni Settanta, e pure Scott Walker , perché no! Sono paragoni che ti lusingano oppure ti infastidiscono? Li trovi almeno pertinenti?
Non conosco niente di loro, sul serio.

Khonnor in America, Maximilian Hecker in Germania, tu in Inghilterra. Il comune denominatore è quello di musicisti giovani (quando non giovanissimi: Khonnor ha 17 anni!) che fanno tutto da sé, o quasi. E’ più una scelta la tua o una necessità? Non credi che una band potrebbe aiutarti a stimolare la tua creatività, anche in studio?
Non ho mai scelto di lavorare da solo, i miei progetti per il futuro includono ballerini di tip tap, nuotatori sincronizzati, death metal, quintetti di clarinetti, cori di bambini e lavorare con il mio collaboratore preferito, Andrew John Brown, il mio batterista.

Tre dischi che ti hanno cambiato la vita….
“Blue” di Joni Mitchell, “Kontakte” di Karlheinz Stockhausen e “The Art Of The Theremin” di Clara Rockmore.

C’e’ una canzone di altri che avresti voluto scrivere tu?
No.

Patrick Wolf e le altre forme d’Arte. La nostra webzine, ad esempio, si occupa anche di cinema, lo segui oppure sei uno spettatore distratto? C’e’ un regista che ami particolarmente, e perché? Un film che ti sentiresti di consigliarci…
“The Man Who Cried” di Sally Potter, “La Belle et La Bete” di Jean Cocteau, “Street of Crocodiles” dei Brothers Quay e “Winning London” di Mary Kate e Ashley Olsen.

Hai già progetti in testa, oltre al tour che promuove il nuovo album?
Libri per bambini, raccolte di poesie, due nuovi album, bambini, il matrimonio e una casa in Cornovaglia…

Per l’articolo completo, clicca qui.





Intervista italiana a “irlandando.it”

17 09 2009

Intervista rilasciata a Legnano (MI) per il magazine online irlandando.it nel periodo di promozione di Wind In The Wires.

RG. Allora inizio con le domande… non sono tante.

PW. (sbircia il mio quaderno, mi sorride ) Sento che sarà divertente…tu sei divertente, carina (sì, e ho quindici anni più di te, accidenti…)

RG. nei tuoi testi appare spesso la frase “essere libero”. Pensi di essere una persona libera?

PW. Sì, è vero, questo dell’inseguire la libertà è un tema ricorrente, perché è un sentimento che mi appartiene. La mia musica nasce dalla voglia di essere libero, di fuggire dalle costrizioni. Trovo che questa epoca in cui viviamo sia piena di contraddizioni, e nonostante ci siano molte comodità ci sono anche tantissime, troppe costrizioni a cui dobbiamo sottostare: le tasse, la carta di credito, il telefonino, la casa, il lavoro, i doveri. Soldi, residenza, carta d’identità, passaporto…forse per essere libero bisogna essere uno zingaro. Penso che questa sia un’epoca in cui l’uomo non è per niente libero. ( ripete “questa epoca” come se ne avesse conosciute altre).
Dire se mi considero una persona libera…beh, abbastanza, faccio quello che mi piace, adesso, giro per il mondo con la mia musica, suono, scrivo… e mi dico, sì, la libertà è anche una condizione mentale, essere soddisfatto della vita che hai.

RG. Ti sei chiuso in quello chalet in Cornovaglia, solo, e hai creato il tuo ultimo album. Appari introspettivo e solitario. Sei andato via di casa quando eri ancora un ragazzino . Per sentirti libero e trovare te stesso hai dovuto tagliare i legami con la famiglia, le “catene del cuore”… E’ così? La solitudine è libertà?

PW. Eh…( sospira ) quando me ne sono andato ed ho iniziato a stare in giro volevo proprio staccare i legami, volevo essere uno zingaro, come ti dicevo prima. Ho passato momenti di rabbia, insofferenza, volevo liberarmi dalle cose che mi erano state imposte e dalle persone che me le avevano imposte. Ma essere libero è davvero un sentimento personale, intimo. L’importante è trovare un equilibrio, credo di averlo trovato , ci sono momenti in cui cerco disperatamente la solitudine, per pensare, scrivere, suonare. Ne ho bisogno, mi serve. Però sto benissimo anche con gli amici, in compagnia, anche in quei momenti mi sento libero.
Ad un certo punto ho sentito la mancanza di un affetto, dell’amore, della mia famiglia.
Non riesci a sentirti libero quando hai un vuoto dentro. Sei prigioniero di quello che “non hai”, vivi una specie di…ansia, no? Ora sono molto felice perché mi sento libero di chiamare mia mamma e farmi dire che mi vuole bene. E dire la stessa cosa a lei. Adesso che sono in giro a suonare la chiamo anche tre volte al giorno ( fa il gesto della cornetta ) : Mamma, ti voglio bene!” E’ bellissimo.

RG. Dalle interviste si capisce che tu hai le idee molto chiare su te stesso, sulla tua musica, sui tuoi progetti. Su ciò che sei ora e ciò che vuoi essere.

PW. Sì sì è vero ( absolutely , annuisce con forza )

RG. E’ raro in un ragazzo così giovane

(apre le braccia…).

RG. Hai smesso ieri di essere un bambino…

PW. (ride e mi guarda di traverso ) Credi? Mah!

RG. Io trovo che tu abbia la profondità e la saggezza dei bambini, aperti ai fenomeni della Natura, alla sua magia…

PW. (spalanca gli occhi ) Sì? Molto interessante, sì hai ragione… Mmm , vero!

RG. Sì, parli sempre di fantasmi, di spiriti. (annuisce ) Tu hai questa purezza antica…

PW. (Ride, si copre il viso con le mani, mi manda un bacio) Che cosa bellissima !

RG. Allora… che ne sarà di questo ragazzo puro e profondo quando Patrick Wolf diventerà una grande popstar ?

PW. (Ride e scuote la testa, la frangia sugli occhi, si abbraccia) Noooo , no! Non intendo diventare una popstar ! Non mi interessa! Non è per questo che faccio musica, mi interessa poter esprimermi, suonare per la gente, dare gioia, emozioni, sentire emozioni. Poter girare, essere uno zingaro, no, no…niente popstar.

RG. A parte la musica, stai scrivendo un libro per bambini, un libro di poesie, collabori alla regia dei tuoi videoclip… Sei interessato alle tante forme dell’Arte, quale ti piace di più?

PW. Al libro per bambini ci tengo tantissimo. L’hai detto tu, fino a ieri ero un bambino… (mi sta bene) Sì, voglio esplorare diverse forme d’arte. Non so dirti quale preferisco , ora, perché provo ad avvicinarmi a tutte: mi piace la pittura, la fotografia, amo ballare…

(lo interrompo) RG. tu sai ballare?

PW. Certo! Prendo lezioni di danza, la danza è musica, mi piace molto. E poi…posso fare tutto, voglio fare quello che sento: raccontare una favola ad un amico, dirigere un’orchestra, stare a guardare il mare, stare con chi amo. Tutto è arte, non voglio trascurare niente.

RG. C’è qualcosa che odi, che non sopporti assolutamente?

PW. Odio l’insincerità, le bugie. No, non è che odio le bugie, odio quando qualcuno ti fa la bella faccia, ti dice cose bellissime e poi scopri che è falso.

RG. Ipocrisia…

PW. Sì, ecco, l’ipocrisia .

RG. Adesso ti faccio l’ultima domanda, poi ti lascio, sarai stanco.

PW. No, non ti preoccupare. (sorride e sposta la frangia dagli occhi ) Mi sto divertendo. Fai delle meravigliose domande (è un gentiluomo, of course ).

RG. In questo preciso momento, hai tra le mani uno specchio speciale per guardarti l’anima: cosa vedi?

PW. ( sorrisone) Wow! Ah! Vedo una persona contenta, sì molto felice, di essere qui, di fare musica, sto facendo quello che voglio, quello che sognavo da bambino. Sì, sono felice, sto davvero bene.

RG. Bene, Mr.Wolf , ho finito. Sono contenta di aver potuto parlare con te.

PW. Grazie per le tue domande.

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