Intervista a Pigmag (WITW): i trucchi del mestiere :D

18 09 2009

Live di The Libertine

Live di "The Libertine"

Hai studiato musica?
Si, per tutta la vita. Violino, viola, arpa, composizione classica.

Quanti strumenti suoni?
Suono strumenti di due diverse famiglie, a tastiera: piano, harpsicord, sintetizzatori; e strumenti a corda: ukulele, violino, viola. E poi la mia voce.

Il tuo preferito?
E’difficile, ma devo dire viola; un’amica di lunghissima data…

Ti piace la musica classica?
Certo, ma non la chiamo classica. Per me la musica è tutta musica.

Quante canzoni hai scritto?
Non lo so. Ne ho tantissime in testa che non hanno mai visto la luce; posso dirti tutte quelle che la gente ha sentito: circa 25.

Ma quante ne hai registrate?
Un centinaio.

Quanti anni avevi quando hai scritto la prima?
Avevo circa dieci anni … la feci sentire a mia sorella che mi disse che era terribile. Così non ho scritto più niente per circa un anno o due.

Qual era il nome della canzone?
“Wolf Song”.

Beh, una delle mie preferite… Qual è invece la tua canzone preferita di Patrick Wolf?
“Wind In The Wires”, è quella che preferisco cantare. Ne vado molto fiero.

E la tua preferita (preferite) di qualcun altro?
E’ una domanda molto difficile… Ora mi piace molto “Houdini” di Kate Bush, “Everytime” di Britney Spears e poi una canzone folk, non ricordo bene il titolo credo sia “Come To My Window”, che racconta la storia di un innamorato che si arrampica fino alla finestra dell’amata ma poi cade e muore. E’un brano di Shirley Collins, una cantante folk tradizionale inglese. Insomma tre ragazze…

Puoi dirmi il nome di qualche artista del presente o del passato che ti ha influenzato?
Ha avuto una grande influenza sul modo in cui canto Meredith Monk, ha una tecnica incredibile di estensione vocale. Lei un giorno ha deciso di smettere di cantare parole e ha iniziato a cantare “rumori”. Ha una vastissima ampiezza vocale, è rivoluzionaria ed incredibilmente emozionante. Prova a cercare “Dolmen Music” (1967- Depo) è bellissimo.

Qual è l’ultimo disco che hai comprato?
Un disco di John Tavener, un compositore: “The Protecting Veil”. La sua musica è terrificante, divina, molto mistica.

E il primo?
Credo fosse un disco di Charles Trenet, “La mer”. Ce l’avevamo a casa, è la prima canzone che ricordo.

Cosa volevi diventare quando eri piccolo?
Mi sembra volessi diventare un famoso violinista, o anche un inventore.

E da grande, cosa vuoi diventare?
Patrick Wolf.

La tua musica mi fa pensare a tempi lontani; in quale epoca ti sarebbe piaciuto vivere?
Devo dire che sono molto contento di vivere in questo periodo storico, non è che mi interessino particolarmente le epoche passate. Sono molto affascinato dall’età preistorica piuttosto che dai secoli che precedono il nostro.

Cosa pensano i tuoi genitori di quello che fai?
Sono molto orgogliosi; mio padre era un musicista jazz, mia madre è una pittrice e mia sorella canta. Credo che questa situazione non possa che aver influenzato il mio modo di essere e di esprimermi.

Sei una persona religiosa?
Penso di sì, ma non credo nelle istituzioni religiose. Ho delle convinzioni personali che cerco di esprimere attraverso la musica. Comunque credo che ci sia “qualcosa”…

Ti consideri un “libertino” (da “The Libertine” primo singolo estratto dal nuovo album)
La parola libertino indica qualcuno libero da certe implicazioni morali; io credo nella libertà ma credo anche di avere delle convinzioni morali; credo nell’essere buoni, nell’essere gentili; forse tutto ciò non si addice a un libertino. Diciamo che lo sono al cinquanta per cento…

Sei felice?
Certo.

C’è qualcuno che invidi?
No, non credo nell’invidia.

Sei soddisfatto della tua musica?
Si, molto soddisfatto.

Cosa pensi quando la gente parla di te come un genio?
Non lo so; è una cosa che mi fa sorridere.

Che cosa manca, se c’è qualcosa che manca, nella vita di Patrick Wolf?
Un buon budget per la mia musica.

I tuoi testi sono molto evocativi, sembra quasi di vederle le storie che racconti, gli splendidi paesaggi di cui parli; a volte mi immagino dei dipinti o dei piani sequenza cinematografici: ti piace il cinema e la pittura?
Ho cercato di disegnare, ma temo che non sia il mezzo più adatto per esprimermi; credo che il modo migliore sia quello di scrivere una poesia, una canzone o un pezzo per viola. Devo ammettere che quando scrivo riesco a immaginarmi visivamente quello di cui parlo, quindi non posso escludere in futuro di cimentarmi con il cinema o anche con i video; il problema è che adesso non ho un budget a disposizione per farlo.

Ho letto una lettera sul tuo sito a proposito del tuo album in rete prima dell’uscita; sono d’accordo con le tue motivazioni… Credi che il downloading a pagamento sia il futuro della musica?
Potrebbe esserlo, però a me piacerebbe ipotizzare un futuro in cui sia la musica dal vivo ad avere un ruolo centrale. Pensavo magari ad un’ipotetica situazione in cui un artista scrive un album ma non lo registra; come per i musical. Il lavoro viene portato in giro, come per il teatro: trasformare il tutto in un grande spettacolo. Se la musica registrata scomparisse e si arrivasse ad una situazione del genere non credo che mi dispiacerebbe, anzi.
Credo che scaricare musica sia una cosa molto limitata; soprattutto per artisti come me che si impegnano molto nell’artwork dell’album, nel packaging…
Sì, in effetti non rimane niente in mano: è tutto così impalpabile…
Penso che quelli che scaricano musica siano delle persone molto pigre, a cui interessa solamente ascoltare un brano o due. Il mondo è pieno di appassionati di musica, a cui piace andare a comprare dischi, possederli.
Mi sembra che le sonorità elettroniche siano meno presenti in questo secondo album, o perlomeno più amalgamate con il resto della musica; come mai? È stata una scelta voluta o è successo naturalmente?
Entrambe le cose che hai detto; avevo deciso di concentrarmi sull’aspetto acustico della mia musica. Il primo album era fortemente elettronico, forse troppo. Non mi piace essere classificato come un artista elettronico, o folk; cerco costantemente di evitare che il mio lavoro venga “rinchiuso” all’interno di una certa categoria o sia facilmente riconducibile a una determinata “etichetta”. Per me è stato molto importante, e soprattutto naturale, andare avanti, mantenendo comunque un legame con ciò che ho fatto in passato.
Possiamo dire che il mio primo album era costruito su una solida base elettronica che avevo arricchito e completato; questo invece è un disco acustico con un “contorno” elettronico.

Possiamo parlare di un album più “classico”?
Sì, credo di sì; nel tempo trascorso dal primo disco ho pensato al fatto che non c’erano molte persone che avevano la mia esperienza con la viola o con gli altri strumenti a corda; così ho voluto dimostrare a me stesso che ero in grado di usarli nel nuovo disco.

Ti occupi tu delle parti elettroniche dei tuoi dischi?
Sì, totalmente.

Cosa usi principalmente: software o hardware?
E’ una bella miscela; da quando avevo dodici anni ho iniziato a collezionare drum machine e oggetti di modernariato elettronico. Di solito non parlo del mio modo di lavorare con questi strumenti; un po’ come il mago ha i suoi segreti, non sono solito raccontare i miei trucchi. L’importante è il risultato finale; non il processo tramite cui ci si arriva. Posso dirti che per me è molto importante avere le mani su quello che faccio, manipolare. Mi piace far scaturire “fisicamente” la musica, tirare fuori le idee che ho nella testa; per quello preferisco il materiale hardware.

Quali sono gli artisti di musica elettronica che ti piacciono maggiormente?
Non ascolto molta musica elettronica; solitamente se ho in mente un suono che voglio sentire cerco di crearlo da me, senza basarmi su qualcosa che ho sentito. Trovo che molta della musica elettronica che c’è in giro sia inanimata, troppo scientifica.

Ho sentito parlare di una casetta in Cornovaglia dove ti sei ritirato per quest’album; è vero? Puoi dirmi com’è andata?
Era ottobre, mi sono preso un break e sono andato da quelle parti; ho trovato un bellissimo chalet in legno degli anni ‘50 o degli anni 30’. E’ stato come ritirarsi in un monastero, o qualcosa del genere; ho scritto molto e registrato anche tantissimi suoni. C’era un generatore elettrico che funzionava con le monete…
Sono stato lì per due settimane da solo, poi sono tornato in città; nel periodo estivo ho passato un altro po’ di tempo in quel posto insieme a Ingrid, la mia fidanzata. Lei ha fatto tutte le foto dell’album
Mi sembra di cogliere un rapporto di odio/amore nei confronti della città, o anche un forte contrasto tra natura e progresso…
Hai ragione, il conflitto città/campagna, felicità/tristezza è molto evidente nei miei primi due dischi. Quello che sto cercando di fare per il terzo disco è di allontanarmi da questo dualismo.

”Lycanthropy” il tuo primo album mi sembrava un album più “metropolitano”; in questo invece ci sono molti uccelli, c’è il mare, le onde, il vento; possiamo definire “Wind Is The Wire” un album sulla natura?

Quando ho cominciato a lavorare “Lycanthropy” sapevo che sarebbe stato un album “marino”; qualcosa che avrebbe avuto a che fare con la Cornovaglia, con la costa Occidentale. Ho cercato di evitarlo, perché sapevo che quel tipo di immaginario sarebbe emerso con il tempo.

Intervista e articolo completo qui. ;)

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Intervista tutta musicale di un giovanissimo Patrick Wolf – 2005

18 09 2009

Ahh, eccola qui alle sue spalle la sua amata Inghilterra :)

Ahh, eccola qui alle sue spalle la sua amata Inghilterra :)

Ti va di spendere due parole di presentazione per i lettori del nostro sito?
Il mio nome è Patrick Wolf e ho 21 anni, sta uscendo il mio secondo disco che si chiama “Wind in the wires” ed è una specie di canzone d’amore per l’Inghilterra e le stagioni e l’elettricità, direi.

Negli ultimi anni è emersa una nuova scena di, diciamo, band “soliste”. Pensiamo a te, certo, ma anche a band come Bright Eyes, Xiu Xiu, Panda Bear, Ariel Pink e molte altre. Basandoti sulla tua esperienza pensi che questo accada per ottenere una maggiore libertà compositiva, o per creare una sorta di tete a tete con l’ascoltatore o che altro? E, citando un’altra vecchia one man band: “How does it feel to be on your own?” (Patrick si mostra sorpreso).
Credo che le one man band siano in giro da anni, non mi sembra una cosa nuova, forse ce ne sono ora di nuove…

Si, ma sembra esserci una specie di esplosione di questo fenomeno.
Si? Non sono sicurissimo, non sono molto attento! (ride) Si, mi focalizzo su quello che faccio e cerco di farlo bene. “Come ci si sente a essere una one man band?” Io non mi vedo davvero così, mi vedo più come un musicista pop, più come Britney Spears o qualcosa di simile. Forse non proprio lo stesso (ride), ma sicuramente voglio lavorare con altre persone in futuro, e voglio ampliare i miei orizzonti lavorando con altre persone. Semplicemente i primi due dischi li ho fatti da solo.
(Si ferma un attimo a riflettere). Si, mi vedo più come un musicista pop.

La tua musica sembra piuttosto vicina alla new wave, gruppi come Cure o Smiths, o alla nuova ondata della new wave, come Bjork o Xiu Xiu. Allo stesso tempo prendi le distanze dal ritorno di questo suono, mostrando poca simpatia per la scena electroclash, e con la tua attitudine, che evita il tipico sentimento new wave del piangersi addosso o di crogiolarsi nella propria decadenza. Mostri anche un’appassionata devozione per le folk singer anni 70 come Joni Mitchell o Nico, nella tua meravigliosa cover di Afraid.
Quindi, in questo massiccio ritorno della new wave, come possiamo collocare Patrick Wolf? Al passo con lo spirito dei tempi o come una moderna emancipazione del cantautore anni 70?

Parlando di Joni Mitchell è sicuramente qualcuno a cui è meraviglioso essere paragonato. Lei ha fatto cose da sola, ha lavorato con gruppi, e un sacco di cose. Penso che non sia mai stata parte di nulla e può essere stata a Woodstock o essere stata parte dei Sixties ma faceva i suoi album e non era parte di nulla, una specie di eroina solitaria. Quindi preferisco posizionarmi in termini di… (tentenna) Non sono interessato in una new wave, non ho mai fatto musica per un movimento, non sono mai stato parte di un gruppo di nessun genere. Sono semplicemente un musicista e la musica di Patrick Wolf è semplicemente la musica di Patrick Wolf. (ride)

Non ti piace essere classificato.
Capisco che la gente classifichi la mia musica, ma non è il mio mestiere e fortunatamente posso evitarlo, continuando a progredire e a perfezionare ciò che ho fatto in precedenza. (sorride garbatamente)

Sempre parlando della tua attitudine, la cosa che più ci piace nelle tue canzoni è la tua fiera battaglia per sopravvivere. E’ ammirevole come questa tua interpretazione della figura di Peter Pan sia così lontana dalla consumata immagine slacker del ragazzo che non ha voglia di crescere, cara alla moderna scena post-rock. Percepisci questa tua attitudine come una sorta di diversità in questa scena?

Capisco la storia dell’essere un pesce fuor d’acqua, non vengo da nessun movimento. Forse è proprio la mia indole (ride).
Non è qualcosa che voglio celebrare, è qualcosa che semplicemente è così e forse questo si rispecchia nella musica, che nasce da questa mia indole.
Non lo so, questa è una domanda complicata.

Lycanthropy era una collezione di canzoni che potevano essere definite autobiografiche nel modo in cui la vita e il mito si mescolano per diventare una cosa sola. Era basato su molti anni di composizioni, trasfigurazioni, metafore, chiaroveggenze… Il prossimo album sarà lo stesso ma su una scala di tempo più breve o sarà dedicato solo alla realtà? E il tuo alter-ego lupesco avrà una parte nelle nuove canzoni?
Non c’è Wolf in questo disco, è una decisione precisa, non ci sono più metafore lupesche, appartengono all’album precedente. Ho fatto sentire il disco alla mia famiglia e hanno detto che le domande di Licanthropy trovano risposta in Wind in the wires. E’ un disco più a fuoco, di un solo colore, mentre Licanthropy è più schizofrenico.

C’è un tema centrale in “Wind In The Wires”?
Il tema di Wind In The Wires è il desiderio di essere liberi e cercare di capire cosa vuol dire. Ci sono molte canzoni pop che dicono “voglio essere libero” o “sarò libero”. E mi sono chiesto cosa voglia dire, da cosa ci vogliamo liberare. Da una relazione? O cosa comporterebbe essere completamente liberi? Ogni canzone è una specie di riflessione su questo tema. Qual è il costo della libertà? Ne vale la pena? Che succede quando lo sei davvero?

Nelle tue performance live sei solo, o talvolta con qualcuno al laptop, e mi pareva un po’ strano ascoltare questa enorme quantità di suoni e vedere una sola persona sul palco, alle volte che canta soltanto su queste vaste armonie. Pensi che i tuoi live migliorerebbero con una band?
Mi interessa molto. Mi piacerebbe. Ma costa, il budget è poco. Odio lamentarmi di questo. Cerco lo stesso di fare del mio meglio e di presentare qualcosa di diverso dal disco. Sarebbe bello ma impossibile suonare con un’orchestra. Spero nel giro di uno o due album di poter fare qualcosa di bellissimo, con ballerini e schermi cinematografici. Vorrei fare una cosa magica come può esserlo un disco ma penso che il modo migliore di fare le cose adesso sia di farle in modo semplice.

Che cosa fai quando non componi musica o non sei in giro per concerti?
Vivo con la mia ragazza Ingrid, facciamo passegiate, andiamo a ballare e a bere, facciamo fotografie, dipingiamo, decoriamo la casa… Viviamo.

E’ vero che non avevi mai ascoltato gli Smiths prima che la gente non notasse qualche somiglianza tra il tuo modo di cantare e quello di Morrissey?

Davvero, non è uno dei miei artisti preferiti, non lo conosco bene, non ho mai ascoltato le sue parole e non amo molto il suono degli Smiths e quindi non posso nemmeno commentare questa cosa… Non mi ha mai preso, non è certo uno dei miei artisti preferiti né un’influenza.

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